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(di Livia Parisi)

“Sono pronto ad affrontare qualsiasi cosa, ma non fatemi rinunciare a studiare”. Da questa frase pronunciata, venti anni fa, da un paziente quattordicenne in cura presso l’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, e dalla sensibilita’ di tante persone pronte a raccogliere questa sfida, nacque la prima esperienza di scuola superiore in ospedale. Venti anni in cui decine di ragazzi hanno potuto portare avanti gli studi, con professori e valutazioni ‘vere’, vedendo garantito il diritto a studiare, nonostante la malattia.

“Il ragazzo veniva dalla Sardegna e aveva iniziato da poco a frequentare le superiori quando fu ricoverato al Rizzoli per un osteosarcoma, una rara forma di tumore maligno”, racconta Marco Manfrini, chirurgo ortopedico a cui lo studente consegno’, all’epoca, la sua preoccupazione. “Tornato a casa – prosegue – ne parlai con mia moglie, che era insegnante e che riusci’ a sensibilizzare la preside della sua scuola. Da un’indagine tra i ricoverati, era emerso infatti che il 40% dei ragazzi delle superiori perdevano uno o due anni scolastici in concomitanza con la malattia”.

Mentre esistevano gia’ scuole in ospedale per bimbi delle elementari, per i piu’ grandi non c’era nulla, a causa della maggiore diversificazione delle materie e degli indirizzi. “Tutto nacque su base volontaristica ma, in pochi mesi, si ottenne la cornice istituzionale entro cui far partire il progetto pilota, ovvero una convenzione tra il Rizzoli e il Provveditorato”. Fu la prima volta in tutta Italia ma presto si diffuse in altri ospedali, da Padova a Palermo. Nel 2015/16, secondo il Miur, dei 60 mila pazienti che frequentano sezioni ospedaliere, circa 4.400 erano studenti delle superiori.

A fare lezione sono insegnanti statali che vanno avanti con i programmi della classe di provenienza dei giovani pazienti. L’obiettivo principale, spiega Antonella De Tommasi, professoressa di matematica e coordinatrice della sezione ospedaliera del Rizzoli, “e’ far mantenere i contatti con compagni di classe e non far perdere l’anno. Le nostre valutazioni vengono recepite dagli istituti di provenienza, facendo si’ che il ragazzo abbia regolarmente una pagella completa”. Ma i ragazzi vengono da tutta Italia e frequentano scuole con indirizzi e livelli diversi.

“Dobbiamo quindi – prosegue – avere un rapporto uno a uno, ed essere molto flessibili. E’ un lavoro impegnativo dal punto di vista didattico. Ma e’ difficile anche dal punto di vista umano, perche’ spesso quando arriva il ragazzo sta perdendo quelli che erano punti saldi della sua vita”. Filosofia il giorno di Pasquetta, italiano la domenica mattina: la scuola in ospedale spesso aiuta anche a colmare dei vuoti dovuti all’allontanamento dalla vita quotidiana. Ma, conclude Stefano Ferrari, gia’ responsabile del reparto di Chemioterapia del Rizzoli in cui l’iniziativa e’ nata, “non e’ utile solo come terapia occupazionale o ai fini scolastici, e’ soprattutto un elemento che fa capire a ragazzi, e soprattutto ai genitori, che la vita continua, nonostante la malattia. Rappresenta un elemento di speranza e motivazione”. 

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